Prime esperienze - Cap. 2 -UNA SORPRESA INA
lettoaletto69
Il suono ci riporta alla realtà con un leggero scossone. Elena e io ci guardiamo, e per un momento nei suoi occhi vedo la stessa domanda che ho io: e ora? Siamo qui, nel retro di un sexy shop, lei vestita come una dea del peccato, io con un'erezione che ancora non si è del tutto placata, e il club ci aspetta a quarantacinque minuti di macchina. Senza contare che dovremmo ancora pagare, uscire, fare il viaggio, trovare parcheggio...
"Beh..." dico, cercando di riprendere il controllo della situazione, "...dovremmo sbrigarci, no?"
Alyssa ci osserva con un sorriso che sembra leggere i nostri pensieri. Si porta una mano al mento, come se stesse valutando qualcosa, poi i suoi occhi si illuminano.
"Sentite" dice, con un tono che mescola professionalità e un pizzico di follia, "ho un'idea. Ma è un'idea un po' fuori dagli schemi. Voi siete una coppia speciale, l'ho capito subito, e il vostro primo club merita di essere affrontato con la giusta preparazione. Non di fretta, non con l'ansia di essere in ritardo."
Ci guarda, come per sondare il terreno. Elena stringe la mia mano, e io sento la sua curiosità mescolata a un leggero tremore.
"Che idea?" chiede Elena, la voce ancora un po' bassa e roca.
Alyssa si volta verso il bancone, prende il telefono e lo agita. "Io ordino delle pizze. Qui. Nel negozio. Tanto la zona retro è attrezzata, ho un piccolo tavolo e due sedie. Mangiamo insieme, finiamo di preparare Elena per bene – perché il trucco, scusatemi, ma con tutto il tempo che abbiamo passato a scegliere l'outfit, vi siete dimenticati del trucco – e poi voi partite direttamente da qui per il club. Senza stress, senza fretta, senza la pancia vuota."
Rimango interdetto per un secondo. Pizza in un sexy shop? Con Alyssa che ci guarda mentre Elena si trucca? È talmente assurdo che quasi funziona.
Elena scoppia a ridere, ma è una risata leggera, che sa di sollievo. "Pizza? In un sexy shop? Con la commessa?" Si volta verso di me, gli occhi che brillano. "Mario, è la cosa più folle che abbia mai sentito. Ma è anche la cosa più perfetta."
Elena guarda Alyssa quasi ammirata.
"Ma sei sicura di voler perdere tempo con noi? Non hai altri clienti?"
Alyssa alza le spalle, con un sorriso. "Stasera il signor Rossi ha già fatto il suo dovere. E gli altri clienti possono aspettare. Del resto..." fa una pausa, guardandoci entrambi con uno sguardo che è quasi materno ma non meno malizioso, "...quando capita una coppia come voi, che ha capito il gioco, che sa cosa vuole, che non ha paura di osare... beh, per me è più importante di dieci clienti che comprano vibratori. Voi siete il mio spettacolo stasera."
Alyssa si volta verso la cassa, poi mi indica qualcosa. "Il numero di una buona pizzeria è lì, attaccato alla cassa. Io prendo una diavola... la serata lo richiede."
Elena scoppia a ridere. "Eh sì, allora quattro diavola e quattro birre?"
Alyssa annuisce, compiaciuta. "Tu ordina" mi dice con un sorriso, mentre io già digito il numero sul telefono.
Ma prima che io possa effettuare la chiamata, Alyssa si volta verso Elena, e la guarda con occhio critico. "Però tu così non mangi. Cambiati, non vogliamo sporcare l'outfit di stasera."
Elena abbassa lo sguardo sul chiodo rosso, poi sugli stivali, poi di nuovo su Alyssa. "E con cosa mi cambio? Ho solo quello che ho addosso e i vestiti che avevo prima."
Alyssa sorride, si allontana per un secondo e torna con un accappatoio di spugna bianca, morbido e chiaramente usato ma pulito. "Prendi questo. È del negozio, lo usiamo per le modelle quando provano i capi. Togliti tutto – tutto – e metti questo. Così mangi tranquilla, non sporchi la pelle, e dopo ti rivesti."
Elena esita un secondo, poi prende l'accappatoio con un sorriso. "Quindi... mi spoglio qui? Davanti a voi?"
Alyssa alza le spalle, divertita. "Siamo in un sexy shop, tesoro. Qui ci si spoglia e ci si veste continuamente. E poi..." fa una pausa, lanciando un'occhiata a me, "...tanto il tuo Mario ha già visto tutto, no?"
Elena ride, e c'è qualcosa di liberatorio in quella risata. "Sì, ha già visto tutto. Ma non mi sono mai spogliata davanti a una commessa mentre ordina pizze."
"Beh, c'è una prima volta per tutto" risponde Alyssa, già indicando il paravento. "Vai, cambiati. Io intanto apparecchio il tavolo."
Elena mi guarda, i suoi occhi verdi che brillano. Poi, con un movimento lento e teatrale, apre il chiodo. La pelle rossa si divide, rivelando il reggiseno contorno con le catenelle a zigzag, i suoi seni che si sollevano, i capezzoli turgidi che spingono contro il contorno di pelle. Si ferma un secondo, come se volesse godersi il mio sguardo, poi si volta e scompare dietro il paravento.
La sento muoversi, il fruscio della pelle che si toglie, il rumore della zip dello shorts che si apre, il tintinnio delle catenelle. Poi il silenzio.
Quando esce, indossa l'accappatoio bianco, morbido e avvolgente, che le arriva appena sopra il ginocchio. I capelli corti neri sono leggermente scompigliati, il viso ancora segnato dall'eccitazione. Sembra quasi più vulnerabile così, avvolta nel bianco, con gli occhi verdi che spiccano ancora di più.
"Ecco" dice, facendo un giro su se stessa. "Sono pronta per la pizza. Anche se mi sento un po' ridicola."
Alyssa la osserva con un sorriso. Poi, quasi per solidarietà verso Elena, si volta e scompare dietro il paravento. La sentiamo muoversi, il fruscio dei vestiti che si tolgono, poi il rumore di una zip. Quando esce, indossa anche lei un accappatoio bianco, uguale a quello di Elena, i capelli raccolti in uno chignon improvvisato.
Ed è in quel momento che la vediamo davvero per la prima volta. Fino ad ora, Alyssa era stata la commessa, la professionista, la voce dietro la tenda. Ma ora, in accappatoio bianco, con i capelli sciolti raccolti in uno chignon che lascia cadere qualche ciocca ribelle, è diversa.
Alyssa ha i capelli rossi. Non un rosso acceso o artificiale, ma un colore ramato, caldo, che sembra prendere luce anche nella penombra del negozio. Piccole lentiggini, quasi invisibili fino a quel momento, le punteggiano gli zigomi e il ponte del naso, donandole un aspetto giovane e quasi infantile che contrasta con i suoi occhi. Occhi verde scuro, profondi come l'acqua di un lago in ombra, che sembrano capire tutto prima ancora che tu parli.
Il suo fisico è slanciato, asciutto, alta come Elena ma con un portamento diverso, più felino. Le spalle sono dritte, il collo lungo, le braccia toniche che si muovono con grazia. E le mani... non le avevo mai notate prima. Mani curate, unghie laccate di nero, con piccoli brillantini che scintillano quando si muovono. Sembrano mani da pianista, o da artista. Mani che sanno toccare.
Elena rimane in silenzio per un secondo, poi lascia scappare un leggero fischio di approvazione. "Alyssa... non ti avevamo mai vista così. Sei..."
"Stupenda" completo io, senza pensarci. Poi mi accorgo di aver parlato ad alta voce e sento le guance arrossire.
Alyssa sorride, e quel sorriso è diverso da quelli professionali che ci aveva regalato fino a quel momento. È più sincero, più intimo. "Non avevo motivo di farvi vedere chi sono davvero" dice, sistemandosi il colletto dell'accappatoio. "Ero la commessa. Voi eravate i clienti. Ma ora che siamo qui, in attesa di una pizza diavola... beh, siamo solo tre persone che condividono un momento strano e bellissimo."
Poi si volta verso di me, un sorriso malizioso sulle labbra. "E tu, Mario, cosa aspetti?"
Io la guardo, interdetto. "Cosa?"
Alyssa indica un appendiabiti vicino al paravento, dove è appeso un terzo accappatoio bianco. "Non vorrai mica mangiare la pizza in jeans e maglietta, con tutto quel sudore e quell'eccitazione addosso? Cambiati anche tu. Mettiti l'accappatoio. Così siamo tutti e tre uguali. Come una piccola... famiglia."
Elena scoppia a ridere, e la sua risata è contagiosa. "Sì, Mario! Forza! Non fare il timido! Tanto siamo in un sexy shop, e abbiamo già visto tutto quello che c'era da vedere."
Ero stranamente a mio agio, nonostante la situazione surreale. Ma c'era anche qualcos'altro. L'atmosfera non era erotica in quel momento, non c'erano sguardi carichi o tocchi sfiorati. Eravamo solo tre persone che stavano per mangiare una pizza. Eppure, il solo fatto di essere lì, in quel negozio, con mia moglie in accappatoio dopo averla vista vestita come una dea del peccato, e con Alyssa che si era rivelata così bella... tutto questo stava facendo effetto. Sentivo il mio membro ingrossarsi nei pantaloni, un gonfiore lento ma costante che premeva contro la stoffa dei jeans.
Mi alzo, cercando di nascondere il più possibile quel rigonfiamento mentre prendo l'accappatoio e mi dirigo verso il paravento.
Ma prima che io possa varcare la tenda, sento la voce di Elena dietro di me.
"Hey Mario, cos'è, ora fai il pudico e ti vai a nascondere dietro la tenda?"
Mi fermo, la mano già sulla stoffa del paravento, e mi giro verso di lei. Elena è in piedi, le braccia conserte, l'accappatoio bianco che le cade morbido sulle curve. I suoi occhi verdi brillano di quella luce che conosco bene, quella che dice "so cosa stai facendo e ti sto prendendo in giro perché ti voglio bene".
"Alyssa è una professionista" continua, con un sorriso che si fa più largo. "Ha visto me nuda. Ora, per par condicio..."
La frase resta sospesa nell'aria, ma il suo significato è chiarissimo. Elena non sta solo scherzando. Sta giocando. Sta portando avanti il gioco che abbiamo iniziato ore fa, quella trasformazione che ci ha portato fin qui. Sa che sono eccitato, sa che mi sto nascondendo, e invece di lasciarmi fare, mi sta spingendo a rimanere. A mostrarmi. A mettermi in gioco come ha fatto lei.
Alyssa, in silenzio, osserva la scena con un sorriso che sa di approvazione. "Senti la tua signora" dice, con un tono che non nasconde l'ammirazione. "È saggia. E ha ragione. Qui dentro non ci sono segreti. Solo persone che hanno deciso di giocare."
Rimango immobile per un secondo, la mano ancora sulla tenda. Poi lascio cadere il braccio, e con un sorriso che è metà imbarazzo e metà eccitazione, mi giro completamente verso di loro.
"Avete ragione" dico. E senza più esitare, comincio a sbottonarmi la camicia davanti a loro.
Elena ride, ma è una risata leggera, complice. "Ecco, così mi piaci. Ora sì che il gioco è cominciato davvero."
Tolgo la camicia, un bottone dopo l'altro, e sento l'eccitazione montare dentro di me come una marea che non posso fermare. L'idea che Elena, mia moglie, la madre dei miei figli, voglia mostrarmi a un'altra donna appena conosciuta – e non per gelosia o per gioco, ma per complicità, per condivisione – mi lusinga in un modo che non avrei mai immaginato. E mi infuoca.
Il mio membro sta letteralmente scoppiando nei pantaloni. Ogni movimento, ogni respiro, è una pressione contro la stoffa che mi sembra quasi dolorosa.
Apro il bottone dei jeans e ne provo quasi sollievo. La tensione si allenta di un millimetro, ma è sufficiente per farmi capire quanto fossi stretto. Tiro giù la zip con un movimento lento, quasi cerimoniale, e abbasso delicatamente i pantaloni, lasciandoli cadere intorno alle caviglie.
La mia erezione è talmente potente che i boxer quasi non la contengono. Il tessuto si tende, si deforma, e per un momento temo che possa lacerarsi. Devo sistemarla al loro interno con una mano, ma è inutile: il mio membro è troppo duro, troppo gonfio, e parte rimane fuori, perfettamente a mezzogiorno, sporgendo dall'elastico dei boxer come se volesse liberarsi definitivamente.
Rimango così per un secondo, in piedi, a torso nudo, i jeans alle caviglie, il mio corpo che parla un linguaggio che non ha bisogno di parole.
Elena mi guarda, e i suoi occhi verdi si fanno più scuri. Non dice nulla, ma il suo sorriso si allarga, e so che sta pensando esattamente ciò che io sto pensando: che questo gioco è appena cominciato, e che stasera saremo molto più di ciò che siamo stati finora.
Alyssa, in silenzio, osserva con uno sguardo che non è né professionale né giudicante. È semplicemente presente, come se stesse assistendo a qualcosa di naturale e inevitabile.
Mi guarda fisso negli occhi, poi si gira verso Elena ed il loro sguardo si allinea quasi magneticamente, si Avvicina al suo orecchio e le sussurra "Grazie" poi si gira verso di me e con voce calma dice "Sarò una professionista ma Ammetto che così ne ho visti pochi"
Mi guarda fisso negli occhi, poi si gira verso Elena. I loro sguardi si allineano quasi magneticamente, come se si parlassero senza bisogno di parole. Alyssa si avvicina al suo orecchio e, con un movimento che sembra studiato ma è del tutto spontaneo, le sussurra qualcosa. Non riesco a sentire le parole, ma vedo il sorriso che si allarga sul viso di Elena, un sorriso che sa di complicità e di approvazione.
Poi Alyssa si gira verso di me. I suoi occhi verde scuro mi scrutano per un secondo, poi scendono, si posano per un istante su ciò che è rimasto fuori dai boxer, e risalgono lentamente fino ai miei occhi. Con voce calma, quasi professionale ma con un'evidente punta di ammirazione, dice:
"Sarò una professionista, ma ammetto che così ne ho visti pochi."
La frase resta sospesa nell'aria. Non è un invito, non è una promessa. È solo una constatazione, ma pronunciata con quel tono che trasforma una semplice osservazione in qualcosa di più. Elena scoppia a ridere, ma è una risata leggera, quasi liberatoria.
"Vedi, Mario?" dice, avvicinandosi e posandomi una mano sul petto nudo. "Avevo ragione io a non farti nascondere."
In quel momento suona il campanello. Il suono squillante ci riporta tutti e tre alla realtà, come un risveglio improvviso da un sogno ad occhi aperti.
"Deve essere il rider con la cena" dice Alyssa, già dirigendosi verso l'ingresso con passo svelto. "Vado io."
Il fruscio dell'accappatoio bianco si allontana mentre lei sparisce oltre la tenda. Restiamo soli, io ed Elena, in quel piccolo spazio illuminato da luci soffuse, circondati da specchi che riflettono la nostra immagine.
Elena è ancora vicino a me. Troppo vicino. Sento il calore del suo corpo attraverso l'accappatoio, il suo profumo che si mescola all'odore dell'incenso e della birra appena aperta. La sua mano, che fino a un momento prima era poggiata sul mio petto nudo, comincia a scendere lentamente. Le sue dita tracciano un solco invisibile sulla mia pelle, scivolano giù per il mio stomaco, oltre l'ombelico, fino ad arrivare dove l'accappatoio si apre appena.
Si ferma un istante, come se volesse godersi l'attesa. Poi la sua mano si posa su di me, direttamente sulla pelle, e sento le sue dita che mi accarezzano, che constatano ancora una volta la mia eccitazione.
"Non ti sei calmato per niente" sussurra, con una voce bassa e roca che non le conoscevo. "Anzi... mi sembri anche più duro di prima."
Vorrei risponderle, ma le parole mi mancano. La sua mano si muove con lentezza, quasi distrattamente, come se stesse facendo la cosa più naturale del mondo. E forse, in fondo, lo è.
"Elena..." riesco a dire, ma la mia voce è un filo.
Lei solleva lo sguardo, i suoi occhi verdi che brillano. "Tranquillo" mormora, "è solo un assaggio. Un assaggio di ciò che ti aspetta più tardi."
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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